Amore on sight

Amore on sight

Si potrebbe definire così, una sorta di amore a prima vista perché si sa che la prima via non si scorda mai, soprattutto se multipitch e in Dolomiti! Specifico non per essere settoriale (ci sono vie lunghe stupende un po’ ovunque) ma perché in Dolomiti tutto è diverso e tutto è fuorché plaisir.

Non si scorda mai anche per la fifa che provi gli istanti prima di iniziare la scalata, sapendo che troverai un chiodo degli anni ’50 – sempre se saprai individuarlo – si e no ogni 20 metri! Eppure, compiuti i primi passi ci si trova catapultati in un altro mondo. Un mondo parallelo e decisamente verticale. Ricordo ancora le voci delle persone che camminavano per il sentiero e si domandavano come facessimo a stare lassù – appesi come lucertole. Beh lassù, si stava gran bene. Quel giorno di agosto abbiamo fatto la Torre Lusy, in Cinque Torri. Doveva esserci il sole che invece non si è visto fino al rientro in rifugio. E c’era tantissimo vento, freddo, della serie che al terzo tiro avevo già indossato tutto quello che potessi mettere: primo tiro maglietta, secondo pile, terzo guscio, quarto fascia di lana, mancavano solo i famosi guanti con cui i non addetti ai lavori pensano che scaliamo, ed eravamo a posto.

In effetti a posto lo eravamo nel senso che non avremmo voluto essere in nessun altro posto, alla faccia del vento e delle nuvole. Perché saliti di qualche tiro, le voci di sotto si perdevano lontane e noi ci sentivamo sempre di più un tutt’uno con la roccia (a parte un traverso malefico di roccia svasa misto terra da cui son dovuta ridiscendere all’indietro perché da lì non si passava). Eppure ti fidi della roccia e anche di quei chiodi, su cui fai sosta ed assicuri il compagno. Ti fidi anche perché non hai molta altra scelta se non piantarne di nuovi. Ma salvo necessità non mi sembra il caso di scalfire quelle rocche che hanno accolto tanti scalatori prima di noi. Così tiro dopo tiro, arrivi sul terrazzino in sosta ed hai tempo di guardarti attorno, di riflettere. Di ammirare le montagne attorno capendo in un attimo perché hai scelto di scalare: perché altrimenti non saresti lì. E’ facile arrivarci con la funivia. Ma scalare è una lotta corpo a corpo tra te e la roccia. Fino all’ultimo graffio. Ti segna dentro, nell’anima scava gli stessi solchi che usi per salire. Ti si incide nella pelle e nel cuore e semplicemente te ne innamori. Come ogni storia d’amore, ci litighi anche. Arrivi ad odiarla, soprattutto quando ci sono imprevisti o dei rischi. Rischi di cui sei sempre perfettamente consapevole e non potrebbe essere altrimenti. Rischi che ti assumi e che cerchi di arginare col più alto margine di sicurezza possibile. Che significa anche impiantarti prima della calata nel vuoto per 50metri su quell’unico misero piccolo vecchio chiodo che è sempre stato lì, esposto alle intemperie ed ha tenuto. Quindi ti dici che terrà ancora. Eppure quando è il momento di preparare le doppie e gettare le corde nel vuoto e su quel vuoto appendertici, vorresti che di chiodi ce ne fossero altri dieci, tutti nuovi e luccicanti. Almeno così mi disse anche un’amica conosciuta in quei giorni: per il suo compagno, nonché per il mio, quel chiodo bastava e avanzava. Per noi ragazze coraggiose, insomma.. non ne eravamo convinte, ma si sa che la prudenza è donna.

Poi arrivi a terra, torni a respirare. Guardi in su e rivivi ogni gesto. Ringrazi Dio o chi per esso per averti fatto toccare terra e pure quel chiodo lì, che non ti ha abbandonato. Negli occhi porti ancora il cielo di lassù e ti senti leggero (anche perché finalmente puoi toglierti l’imbrago e i dieci kg di materiale che hai addosso e dare inoltre libero sfogo agli impellenti bisogni fisiologici, tra cui bere, mangiare e fare tanta plin plin). Fai su le corde a bambolina o alla Preuss e te ne vai in pace, libero, beato, infreddolito, affamato, stanco, sporco, graffiato, stremato, dolorante (i piedi!!) eppure sempre in pace. Grato per ciò che hai visto e vissuto e per avercela fatta a conquistare una cima, poco alla volta come si conviene ad un vero alpinista. Perché si sa che un alpinista va solo dove può arrivare con le sue gambe, altrimenti è un merenderos e per questa lugubre figura ci sono già troppi scempi a testimonianza. Dunque lunga vita agli alpinisti. Quelli veri. Quelli di una volta, da cui non dobbiamo smettere di impararne l’etica e i valori (valesse pure per il grado sarebbe cosa buona e giusta!)

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