Arrampicare.. che sport!

Facciamo subito chiarezza. Parliamo di arrampicata sportiva in falesia (ma anche indoor) e in montagna, poiché l’ABC quello è e va imparato (giornalisti avvisati, smettetela di scrivere scemenze). La base proprio. Falesia = Roccia. Vie di lunghezza media tra i 15 ed i 35 metri. A chi ci chiede se si arrampica a mani nude…e in libera senza corda… manco fossimo tutti fratelli di Honnold! No!! La risposta è no, non si arrampica con i guanti e sulla roccia non c’è già la corda, magari bella tesa, semmai la corda c’è nelle palestre indoor. I chiodi (leggi spit) per lo più ci sono già e solitamente anche uno ogni due metri (salvo aver arrampicato su vie in falesia dove il primo chiodo era oltre i 5 metri, ndr). Nei “chiodi” va messo il moschettone in cui far passare la corda. Una volta sì che si piantavano chiodi (e pure pochi!) e si usavano corde di canapa. Ora ci sono gli spit, su cui si aggancia il rinvio al cui capo è collegato un altro moschettone da una fettuccia. Un moschettone sullo spit, uno per farci passare la corda (e ricordiamolo: quando si sale da primi, la corda deve uscire dalla roccia).

Si procede metro dopo metro, cercando un buon appoggio per i piedi, per passi brevi e costanti e tenendosi in equilibrio, con le mani che sfiorano appigli, cercano tacchette, le dita si agganciano in piccole cavità della roccia, si infilano nelle fessure, scovano rovesci, spingono in opposizione, lateralmente o verso il basso per consentire un passo più lungo senza sbilanciarsi. Soprattutto si cerca di non tirare di forza (salvo dove necessario) per non irrigidire e bruciare subito i muscoli delle braccia. Si va avanti così, passo dopo passo, metro dopo metro, col fiato sospeso se il grado su cui si sta scalando è il nostro limite.. oppure un po’ alla carlona, pure con le scarpe se il grado è facile e come dice Messner si tratta di una semplice passeggiata verticale (una volta non c’erano le scarpette di tre numeri in meno che calzano così stretto che nemmeno le matrigne con la scarpetta di Cenerentola ai piedi avevano tanti problemi e dolore!).

Ma prima di salire ci si fa il nodo (il segno della croce e relativi scongiuri), ci si assicura al compagno e si controlla che il sistema di sicurezza (gri, reverso, cinch quello che volete) sia montato giusto. Ci si fa controllare il nodo, sempre, che sia ben fatto. Si indossano le scarpette (il più delle volte tra somme imprecazioni) e si parte. Primi metri, rinvio, corda e su. Così fino alla sosta. Con o senza resting, chi se ne importa? Non tutte le giornate sono uguali e nessuno di noi (incluso Ondra) scala sempre al top. Però abbiamo almeno l’onestà di non dare sempre la colpa alle scarpette, alla roccia, all’umidità, al mal di pancia, alle congiunture di Marte con Mercurio, suvvia. Ci si appresta a salire con serenità e direi anche con dignità. Con rispetto, dell’ambiente in cui siamo e anche delle orecchie degli altri climber, senza ogni volta far un casino che nemmeno allo stadio quando si gioca per lo scudetto. Si osserva. Innanzitutto il compagno che sale, mentre chi è fermo in attesa del suo turno, può comunque imparare osservando gli altri più bravi. Che in arrampicata il margine di miglioramento è infinito e spesso son più le nostre paure a farci volare basso. Oddio, volare, ecco che si palesa il terrore massimo di tutti i climber. Ok volare non è simpatico e prima di mollarsi come un salame, magari va considerato anche il punto previsto di impatto/atterraggio. Se sotto c’è una cengia, forse è meglio barare e attaccarsi alla fettuccia del rinvio, piuttosto che rischiare di far esplodere le caviglie. Poi certo non tutti i voli son prevedibili e molto sta anche alla corda che era fuori ed alla bravura del belayer. Ciò che voglio dire è: facciamo attenzione. A parte i climber che fanno Free Solo ed il Boulder, si scala sempre in due. La mia vita legata alla tua. La corda come un cordone ombelicale. Punto.

Veniamo alla questione sicurezza: uno vanno montati per il verso giusto ed il climber più esperto ha l’obbligo di accertarsi che il suo assicuratore abbia inserito la corda correttamente. Due: non esiste attaccare il gri o quel che è su un moschettone che non sia a ghiera o con chiusura automatica. Insomma, non sul classico moschettone con la leva (l’ho visto fare giuro, mi vengono ancora i brividi). Tre: chi assicura guarda il compagno, non la bella o il bello di turno che gli sono attorno, né si fuma la sigaretta. Quattro: dà la corda q.b., ne troppa ne troppo poca. Ho visto laschi che ci potevi fare uno scivolo acquatico. Cinque: chi assicura può aiutare il compagno indicando prese ed appoggi, ma senza fare troppo il saputello perché quello appeso al momento non è lui. Sei: non ci si fa assicurare da uno che non hai mai scalato, lasciandolo in totale autonomia, nemmeno se tu che scali ti tieni come Spiderman. Viceversa, non si fa salire da primo chi non ha mai indossato imbrago e scarpette: non tutti nascono Bonatti e comunque è molto pericoloso. Sette: si spiega a chi sale da secondo ed è alle prime armi, di non infilare le dita negli spit né dentro al moschettone del rinvio. Otto: vale anche per le soste, che dai e dai che togli i rinvii da secondo, rischi di sganciare pure la sosta (piuttosto fateli fermare due metri prima, la sosta non si tocca). Nove: l’imbrago è tale perché deve calzare giusto (non basso come i jeans perché così fa più cool: ho visto anche questo). Dieci: abbiate la pazienza di controllare le corde, che significa ripassarle, verificare che non ci siano nodi e soprattutto che siano lunghe abbastanza rispetto alla via che volete fare. E mai, mai dimenticare il nodo sul capo che rimane a terra. PS. Le corde non si calpestano: sia le vostre, che quelle degli altri attorno a voi. Climber avvisato, climber salvato!

Detto ciò divertitevi, buttatevi, provate e riprovate. Andate oltre i vostri limiti. Non fate i deficienti però né andate in giro a dire che fate il 7a – solo perché ne avete chiuso uno in palestra tirando come orsi, con la corda dall’alto tirata come le corde del violino. Vale anche per il boulder che poi mettete foto sui social per fare i fighi e sembrate più lo scimpanzé che si lancia da un ramo all’altro (e comunque a lui riesce meglio).

L’arrampicata è anche una questione di eleganza, che tanto si vede se sapete usare bene i piedi o se trazionate random a mo’ di 4×4 quando l’auto si blocca nel fango. Arrampicare è anche una questione di respiro, l’apnea lasciatela ai sub. Richiede forza, agilità, flessibilità e tanta tanta testa. Sarà per questo che è uno sport che prende anima e corpo. Quando scali non pensi a niente, se non a dove mettere al meglio mani e piedi. Pensi alla cima che raggiungerai se stai facendo una via lunga.

Pensi al movimento. Pensi a come sia bello stare in verticale, in perfetta armonia con il tuo corpo (se non ha incamerato troppe birre) e con l’ambiente circostante. Ci sei solo tu. La tua testa, i tuoi pensieri, il tuo modo di leggere la via e la felicità di farcela. Sì, c’è anche l’adrenalina ma è l’ingrediente segreto che ti fa essere prudente e che nel contempo ti dà la carica.

Arrampicare ti stacca da tutto. Tutti i pensieri rimangono a terra e per quelle due-dieci ore che scali ti dimentichi di lavoro, problemi, pesi. Ti svuota per riempirti d’altro. La bellezza del gesto di per se. La grandezza delle montagne. La solitudine che però non è mai fine a se stessa, ma anzi, poter bivaccare in portaledge sospesi nel vuoto di una big wall è tutt’altro che triste: è proprio una figata!

Buone scalate a tutti.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...