Capire la montagna

Della frequentazione allegra della montagna.

La frequentazione della montagna ha bisogno di un costante ripensamento.
Oggi più che mai dobbiamo far fronte al dilagare di neofiti in tutti i campi.
E l’ambiente sta cambiando, in parte scombinando gli schemi e le dinamiche fin qui conosciuti.
Quando eravamo ragazzi, molto si procedeva per spirito di emulazione e i miti da seguire non mancavano.
Ma mancavano i mezzi e allora ci improvvisavamo piccoli Jack London o novelli Toni Valeruz e con un paio di stecche di legno si muovevano i primi passi nei boschi innevati (e incantati) dietro casa, immaginando l’attraversamento di un Alaska, o la discesa estrema da una cima “lanciandosi” da un piccolo mucchio di neve. Poi ci siamo arrivati a lanciarci con gli sci dalle cime! E qualche amico lo abbiamo anche lasciato lassù.
Costruivamo zattere, igloo e attraversare il lago gelato in primavera – quando a gambe levate si guadagnava la riva più vicina perché un boato profondo annunciava lo spacco del ghiaccio – era una cosa normale allora, si chiama disgelo. Fessure e crepe di mezzo metro di spessore. E qualcuno ci è finito dentro all’acqua gelata e qualcun’altro anche, per aiutare il primo a venir fuori!
Fantasia. E avventura.
Questi i primi passi.
Naturalmente da allora siamo cresciuti in quell’ambiente e non solo in senso “sportivo”, ma nella vita di tutti i giorni: nell’andare a scuola e al lavoro, nell’uscire la sera con gli amici, nel tornare a casa a notte fonda.
Crescendo abbiamo preso consapevolezza dell’ambiente che ci circonda e imparato a relazionarci, ad ascoltarlo, a osservarlo, poiché la mancanza di attenzione poteva significare una gamba rotta o una botta tremenda per una semplice scivolata sul ghiaccio. A piedi, sugli sci o in auto che fosse, quante “sbandate”! E quante gambe rotte, quante botte e quanti lividi!
Cominciavamo a avvertire la necessità di instaurare un dialogo con la Natura, perché mentre lei ha già detto tutto e non usa parole, stava a noi impararne il linguaggio, coglierne i segni, seguirne le indicazioni. Tanto che alla fine ne restammo rapiti e affascinati, complici e custodi.
Oggi si discute molto sui problemi della “frequentazione allegra” della montagna in inverno. C’è poco da stare allegri, dimestichezza e familiarità con l’ambiente non si improvvisano, né si apprendono con corsi o letture. L’unica università a fornire questa conoscenza è l’esperienza sul campo. E per esperienza intendo la frequentazione sistematica dell’ambiente, specialmente in solitaria. ** L’aspetto fondamentale della progressione in sicurezza viene dall’osservazione, cui segue la valutazione quindi l’azione **
Esercitando questi aspetti relazionali con l’ambiente, in solitaria e nelle più diverse situazioni, si riattivano o si mantengono allenati i ricettori che tutti abbiamo e fanno parte di una componente fondamentale per la nostra sopravvivenza, quindi per la nostra sicurezza: la sfera dell’istinto.

(Insisto sull’esperienza in solitaria perché più completa, più attenta, più concentrata e immersa, intima e quindi più leggibile, non distratta.
Ma non è determinante, solo più utile).

Ma questi “terminali” vengono inibiti, si atrofizzano come qualsiasi parte del nostro organismo quando non vengono mantenuti attivi. Non solo, vengono danneggiati dall’ambiente caotico, rumoroso e avvelenato in cui viviamo ogni giorno tra strade, fabbriche e artifizi di ogni sorta. Più di tutto dall’inattività. Imperativo tornare all’ambiente naturale più spesso, per sperimentare di nuovo queste facoltà: il pigolio di uno scricciolo, lo spezzarsi di un ramo nel bosco, l’avvicinarsi del temporale, sassi che rotolano, mantenere l’equilibrio….che tornano utili poi anche apllicati alla quotidianità, piena di insidie e pericoli anch’essa!
Solo lavorando e mantenendo attivi questi ricettori, come fossero transistors da mantenere efficienti e connessi, potremmo dire di avere i mezzi e la preparazione idonei per avventurarci, con un buon margine di sicurezza o almeno non da sprovveduti o incoscienti (nel senso di non coscienza/ignoranza/inconsapevolezza) in ambiente.
I corsi, la tecnologia, i titoli – utilissimi – vengono dopo.
Chi è nato e cresciuto in ambiente è naturalmente avvantaggiato. Ciò non esclude nessuno, però é un percorso da fare, graduale e che comporta tempi che devono essere rispettati, tappe che non possono essere bruciate. Si inizia dai boschi, dai torrenti, fino ai ghiaioni, alle creste e alle cime. Esplorando, cercando la via migliore, spesso rinunciando o tentando per altra via oppure rinunciando per sempre perché fuori portata, oltre i propri limiti psico-attitudinali. Esplorando, facendo esperienza, capendo, conoscendo non tanto e non solo la montagna, ma innanzitutto noi stessi e stabilire quindi con essa una “relazione”.
La frequentazione massiva dell’ambiente alpino oggi non tiene conto di questo percorso propedeutico. Nessuno ha più tempo, tutti devono andare di corsa, si vuole arrivare alla meta, al successo, subito, “anch’io”, procurandosi ogni sorta di attrezzatura o piuttosto avventurandosi con quello che non si ha. Tutto facile. Non è così. Se qualcuno ha compiuto questo percorso con attenzione, fatica, rischi e maturando gradualmente consapevolezza senza bruciare le tappe, allora tutti sono tenuti a farlo, oppure ad accettare il destino o i propri limiti incerti così come gli si presenteranno. Agli osservatori e ai commentatori però spetta di tenere presente la distinzione e di non farne “di tutta un erba un fascio”. La fatalità capita a tutti, l’imprevisto è sempre dietro l’angolo per tutti; spesso non fa distinzioni e colpisce i più esperti.
Ciò non toglie che sia fatto un doveroso distinguo tra coloro che si sono impegnati, con passione e cura, nel percorso di crescita e chi no, e che si sono guadagnati la propria posizione e preparazione la quale va ben oltre i corsi di formazione, l’scrizione a clubs, l’appartenenza a gruppi e la disponibilità di mezzi e attrezzature. Qualcuno la chiama università della vita. Ok, diciamo che calza, anche se il concetto è vago e si presta un po’ troppo a interpretazioni di comodo.
L’andare di alcuni per neve e ghiaccio con scarpette da ballerina o infradito non mi sfiora. La superficialità con cui si affronta l’ambiente non mi tocca.
L’informazione non manca, né mancano le risposte alle domande, i consigli o i corsi o i gruppi. Ciò che non può essere insegnato è il buon senso. Ognuno lo deve apprendere da sé.
Manca spesso un po’ di umiltà, che significa “predisporsi sempre nell’atteggiamento dell’allievo”, pur quando si è maestri, poiché mai si è arrivati, mai si è appreso abbastanza.
Ognuno è l’artefice del proprio cammino e del proprio destino.

Un articolo tratto da un post di facebook di Maurizio Pascoli che abbiamo ritenuto molto valido e molto condivisibile. Dopo aver segnalato il nostro apprezzamento abbiamo chiesto a Maurizio di raccontarci un po’ di lui. Di seguito il suo racconto e il suo percorso:

La mia passione per la montagna nasce fin da molto piccolo, tra le Dolomiti Ampezzane, dove sono cresciuto. Erano ancora i tempi dei “pionieri”, ben lontani dalla frequentazione massiva che conosciamo oggi. Il mistero e il fascino delle “terre selvagge” erano ancora degli aspetti che stimolavano la nostra fervida fantasia, i nostri sogni. Iniziavamo a guardare in su, verso le crode e i nevai, come al luogo dell’avventura e dell’azione per eccellenza. Erano del resto li, a portata di mano, quasi gli unici “orizzonti lontani” che potevamo permetterci. Ma c’erano anche i boschi e i torrenti dietro casa. Crescendo, il legame con l’ambiente (specie quello innevato, che allora lo era per buona parte dell’anno anche a fondovalle) cresceva alla pari, allargando gli spazi di veduta, la voglia di guardare oltre, esplorare più in là. Io e l’ambiente alpino, ma l’ambiente naturale tutto alla fine, siamo cresciuti insieme. Non so nulla o molto poco di tecnologie o scienze applicate all’ambiente – certo penso siano utili – ma ne conosco però il respiro, il ritmo, l’umore, gli odori e il carattere. Nel bene e nel male, come disse Renato Casarotto. Un legame “fisico”, carnale direi, e indissolubile. Mi considero un “uomo a banda larga”, poiché non eccello in nulla, ma sperimento tutto, un po’ come un Fosco Maraini, alla cui figura mi ispiro spesso e che considero stellare al cospetto della mia pochezza. Mi ritengo fortunato e penso che tutto alla fine sia complementare nella vita: la musica con la montagna, i viaggi con le letture, la montagna con i viaggi e le letture. Tutto alla fine si amalgama per dare un senso. Il mio senso dell’andare in montagna ha in sé questi aspetti, queste caratteristiche, ed è per questo che per me è importante, ed è importante che questo incontro avvenga a tu per tu, come fra vecchi amici, o amanti, noi due da soli. Va oltre il riduttivo concetto di passione. I miei modelli? Jack London fu il primo; poi sicuramente Fosco Maraini, Reinhold Messner e Tiziano Terzani. Ce ne sono molti altri: Ernest Shackleton, Amundsen, Marco Polo, andando un po’ qua e là. Tra i quali Cirillo Floreanini, componente della mia famiglia e anche della spedizione al K2 del 1954, poiché ritengo che oltre ai numeri primi siano importanti anche i secondi, i terzi … fino agli ultimi. Le tecniche di base, il corredo minimo di conoscenze e assicurazioni sono passate in modo tradizionale, di padre in figlio, “dai grandi ai piccoli”, in famiglia o tra amici. Il primo amore, devo dirlo, è stato quello con gli sci. Il mio percorso è stato primo, quarto e quinto anno di Scuola Italiana Sci a Cortina d’Ampezzo. Frequentavo allora le scuole elementari e alla verifica del primo anno di scuola sci mi passarono direttamente al quarto. Stavo imparando a sciare e a pattinare su ghiaccio insieme. Le due attività si completano a vicenda, forse da allora ho capito il senso della complementarietà nella vita, oltre che nelle “attività outdoor”. La mia materia preferita dunque è stata da sempre la neve e allora le montagne più che salirle le scendevamo, per canaloni e canalini ovunque un po’ di neve si depositasse e piantando spesse volte solette e lamine su molte rocce affioranti. Le imprese di allora furono le discese estreme dalle Tofane, mio primo “campo di gioco”, dal più abbordabile Bus de Tofana e fino al Canalino Ra Valles, per finire alla grandiosa discesa da Cima Tofana per versante Nordovest! E altri più o meno ardimentosi. Poi mi sono trasferito in Piccole Dolomiti, iniziando una sistematica esplorazione dell’intero gruppo. Da più di dieci anni non c’è sentiero o cresta che non abbia percorso, dapprima in estate, poi in invernale con sci e pelli di foca e di quando in quando risalendo i vaji con ramponi e piccozza. Lo stesso per Cima d’Asta, il “3000” più vicino dal vicentino (sono per la precisione 2847mt), salita anche in invernale un paio di volte. Queste grandi montagne che nulla hanno da invidiare alle Grandi Dolomiti poco più a nord. Il legame con le “culture altre” è stato un’altro aspetto che costituisce il legante primario (la complementarietà di cui sopra). “Sentire” la vicinanza, per affinità, delle culture andine e himalayane con tutto il seguito di caratteri socio/culturali associati. Questo permette di uscire dal rigore di schemi troppo chiusi, esclusivi e arroccati della tradizione alpina cui eravamo abituati, rendendo di fatto una salita o un percorso in montagna un’esperienza culturale appunto, oltre che spirituale. Molto spesso non parto con una meta precisa, i percorsi li scelgo all’ultimo momento, per lo più seguo l’istinto. E allora ritrovarmi a staccare il sentiero per immergermi nell’ambiente non segnato, non certo, assume il fascino dell’esplorazione, poiché di questo si tratta. E poco conta la meta, la vetta, la prestazione o la difficoltà, ma il percorso in sé che comprende esplorazione, analisi, ricerca e progressione in ambiente affinando le percezioni dell’orientamento, della sicurezza, della conoscenza, oltre che della sfera emotiva, imparando col tempo e la riflessione uno dei principi fondamentali della vita: che i rischi più grossi spesso si celano nell’apparentemente facile, dove le nostre attenzioni vengono meno, si disattivano o calano. Certo, al cospetto di grandi nomi e di maestosi scenari, quali le Dolomiti e le grandi catene montuose d’Asia e d’America offrono, noi ragazzini di famiglie umili abbiamo avuto lo stesso umile approccio con la montagna, approccio che ho sempre mantenuto e questo, lo ritengo il valore più alto. E quando la montagna “parla”…ubi maior minor cessat.

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