Spazi verdi

Sei anni fa scelsi di trasferirmi nei colli, per avere letteralmente il bosco fuori dalla porta di casa. Vivere nei colli, con la natura a due passi, è assolutamente meraviglioso e non potrei farne a meno. È un po’ come abitare in montagna, ma meno drastico. Certo implica delle scelte, perché dopo che impieghi un’ora per andare a lavoro, la sera quando torni a casa, lì rimani. Non torni in città per vedere un film o per una cena. Al massimo ti fermi prima e posticipi il rientro a casa. I montanari li capisco. Sali e scendi tutti i giorni non è comodo. Io poi sono abbastanza allergica alla vita cittadina, di stare nel traffico non ne parliamo nemmeno. L’ho fatto per anni. Poi ho detto basta. Tornare a casa è come entrare in un altro mondo, un mondo migliore. Percorrere la vallata con le colline che la circondano, il sole che tramonta dietro la parete di roccia, le case piccole, poche, niente palazzi, cemento, aver voglia di fermare la macchina solo per stare lì ad osservare. Il verde. Verde che cambia colore e aspetto ad ogni stagione, ad ogni ora del giorno. Verde che diventa argento con la brina. Verde che si fa bianco quando arriva la neve. Verde che torna a risplendere in primavera, quando anche il cielo si fa più terso ed azzurro. Salire lungo i tornanti avendo la certezza di percorrerli piano, perché qui non c’è fretta. Il caos è alle mie spalle. Scendere dalla macchina, respirare, correre in giardino a scattare l’ultima foto al sole che tramonta dietro alle colline. Voltarsi e vedere una piccola enrosadira accendere la roccia. Sapere che tutto sta per fermarsi, gli animali del bosco, il fruscio del vento. Vento che quassù spesso soffia forte, ma va bene, perché si porta via le nuvole e riappaiono le stellate, di quelle belle, profonde.

Non ho bisogno di altro quando sono a casa. L’ho scelto, perché è così che so vivere. Potevo scegliere un casolare di campagna, ma a me è sempre piaciuto salire in alto e sostare davanti all’orizzonte.

Ho la fortuna di avere un giardino, ma non ho avuto bisogno di questa quarantena per capirlo. Ho sempre coltivato immensi spazi verdi dentro di me. Ne ho sempre goduto, sin da quando ero bambina. Il mio gioco preferito era stare all’aria aperta, seduta per terra a guardare le formiche andarsene in giro. Oppure in mezzo ai rami degli alberi. Da grandicella me ne andavo in giro in bici, per lunghe strade di campagna, o fino al laghetto a qualche km di distanza. Che piovesse o ci fosse il sole poco importava. In questo, forse, non ho mai smesso di essere scout.

Non tutti hanno un giardino, men che meno campi o boschi o prati attorno a casa. Ma questa è la vita di adesso, la vita moderna dicono. Una volta non era così. L’uomo ha perso il contatto con la natura e quindi con se stesso. Una volta si coltivava la terra, si badava agli animali, si stava in famiglia, si giocava scorrazzando per i campi. Liberi. Il vestito buono andava bene per la domenica, non c’era bisogno di andare a fare compere.

Quanti bisogni ha accumulato l’uomo? Quanti veramente essenziali? E quanta frenesia nelle nostre vite, mentre siamo chiusi nelle nostre macchine o ci accalchiamo al supermercato per fare la spesa per il cenone.

Ben venga una Pasqua fatta di semplicità.

È un dono questo tempo, per stare con noi stessi, per ristabilire le priorità. Ben venga il silenzio che riporta il canto degli uccelli. La natura riprende i suoi spazi, spazi che noi le abbiamo sottratto. Spazi che noi abbiamo reso peggiori. Rispettatelo questo tempo, perché nonostante i sacrifici, è la benedizione più grande che stiamo ricevendo. E la lezione che tutti dobbiamo imparare.

Coltivate pensieri autentici. Tornate a germogliare. Siate fecondi di buone idee. Siate rispettosi con la terra. Siate uomini e donne che coltivano la speranza. La gioia.

Usate di più le vostre gambe e le vostre mani. Mettete la natura in fondo al cuore. Piantate semi. Toccate la terra, annusate la corteccia degli alberi, il muschio, stendetevi in un prato in mezzo ai fili di erba. Tornate a vivere.

Ora non si può, ma fate sì che vi nasca il desiderio di spogliarvi del superfluo, per essere pronti ad accogliere ciò che davvero conta. Una vita più genuina. Con il sole in faccia e il vento che vi spettina i capelli. Come un tuffo in mare, come la sabbia calda sulla pelle, l’acqua gelida del torrente, le cime maestose, dove riecheggia solo il fischio delle marmotte. Arrivate a piedi sino al rifugio. E respirate aria buona. È solo questo che deve realmente mancarvi. È solo questo che vi farà sentire vivi.

Articolo e foto di:
Silvia Scagnelato

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