L’ambizione dei sogni – Racconto di Martina Chinello

Via Costantini Ghedina, Tofana di Rozes.
Articolo di Martina Chinello.

“Ricordo come se fosse ieri quel 20 agosto del 2017. Il giorno prima mi organizzai col mio amico Matteo, ero così felice e mi sentivo sicura. Scalerò una parete maestosa con il ganzo che si tira i 7b/c in falesia! Matteo, anno 1988, grande scalatore ed appassionato di montagna, voleva scalare con me: che onore!

20 agosto: la sveglia suona, una ricca colazione, controllo del materiale e si parte. Raggiungiamo il rifugio Dibona in poco tempo e da lì partiamo carichi verso il secondo spigolo della Rozes, obiettivo la via Costantini Ghedina! Matte è sereno, la via l’aveva già fatta, io invece sono un po’ in imbarazzo, così come mi capita sempre prima di affrontare una scalata! Ciò nonostante parto io da prima, attacco la via senza tentennamenti, supero una fessura, un tettino ed arrivo in sosta. Matteo è talmente veloce che non riesco nemmeno a recuperare la corda, è più veloce di un furetto! La via promette bene, arriviamo così al 5 tiro, tocca a me ed anche se il tiro non viene gradato alto, io mi focalizzo su una linea, ma sbaglio completamente. Dopo due o tre imprecazioni, supero un chiodo molto stabile, ma qualche metro sopra al chiodo mi accorgo che la roccia è friabile e che quell’appiglio che prima mi sembrava buono, ora è solo roccia polverizzata.

Volo, volo sopra a quel chiodo che mi ha salvato la vita, buttando a terra sotto parete, sassi frantumati. Urlo. Anzi non urlo, perché la mia testa non ragiona e sono solo concentrata ad incassare il colpo che sta arrivando. Matte mi chiama e mi chiede se sto bene. Io un po’ sottosopra, mi tocco ovunque e lo tranquillizzo, avvertendo solo un dolore alla caviglia, per quanto lancinante. Mi calo sul chiodo e lo raggiungo in sosta e li capisco che qualcosa non va con la mia caviglia.

Decidiamo di fare la classica calata con ferito. Matteo è un esperto in manovre, tanto più che la settimana successiva avrebbe sostenuto un esame proprio sulle manovre di soccorso. Dopo due lunghe ore riusciamo ad arrivare alla base della parete. Io non riesco a camminare, ho un forte dolore alla caviglia ed al piede. Un escursionista che si trovava nel sentiero sottostante, ha visto tutta la scena e chiama il gestore del rifugio chiedendo aiuto. Una jeep del soccorso alpino riesce a giungere nel sentiero adiacente: i due ragazzi del soccorso mi raggiungono ed a turno mi portano in spalla fino alla macchina. Ci portano al rifugio, da lì con Matteo decidiamo di andare autonomamente al pronto soccorso di Agordo, senza vincolare oltre i ragazzi del soccorso alpino.

Pronto soccorso di Agordo: lastre, una frattura (esiti di frattura grave dell’astragalo e sub lussazione sotto astragalica). Decidono di operarmi d’urgenza, l’indomani. L’operazione è stata lunga e quando esco di sala trovo Matteo e la mia famiglia. Rimasi in ospedale altro quattro giorni, piangevo spesso, pensando al fatto che non sarei più potuta andare in montagna. Gli ortopedici mi dissero cose orrende, e che non avrei più potuto sciare, arrampicare, né camminare come prima.

Torno a casa, a Padova, in lacrime: non avrei più potuto fare le cose che amavo di più! Penso e ripenso a quel giorno, se quella via non fosse troppo per me. Voci contrastanti mi parlano dentro e non mi do’ pace. Penso all’operazione che mi hanno fatto. Decido di chiedere consiglio ad un amico ortopedico a cui mando le lastre e gli altri esami. Lui mi consiglia subito di farmi rioperare, per far sì che l’astragalo torni ad essere correttamente allineato. Il giorno seguente torno perciò in ospedale, dal mio amico ormai divenuto l’ortopedico di fiducia, per altro anch’egli grande scalatore! La seconda operazione riesce bene, tolgono le vecchie viti e rimettono delle viti in titanio. I medici mi rassicurano dicendo che con un po’ di pazienza (errato, ce ne vorrà moltissima!) sarei tornata a riprendere le scalate, ecc. e che il dolore sarebbe rimasto solo per i primi mesi. Mesi che furono molto duri, il mio stato d’animo era variabile come il tempo in montagna, un secondo prima ridevo, un secondo dopo scoppiavo a piangere! Avevo male, ero stanca, volevo solo poter tornare indietro e cambiare le cose!

Dovevo stringere i denti, andare avanti, fare fisioterapia il più possibile. Tutti i giorni, per cinque mesi feci fisioterapia in struttura ed altrettanta a casa. Al quarto mese avevo iniziato a camminare più o meno bene con l’aiuto delle stampelle, il quinto con una sola, il sesto finalmente senza alcun supporto! Incredibilmente riuscii a tornare a sciare e nella primavera del 2018 anche a scalare. Avevo voglia come non mai di tornare a vivere! Tornai a fare alpinismo in alta quota ed a fare vie lunghe in montagna. L’anno più bello fu proprio il 2018. Tuttavia, ancora adesso non riesco a chiudere i conti con quella via in Tofana. Ma in fondo, ho una vita davanti a me, per ritornare lì!

Focalizzatevi su quanto avete ancora da fare e non su ciò che avete perso lungo il cammino. Rendete le vostre cicatrici il vostro punto di forza e non la vostra fragilità. Non è mai troppo tardi quando la volontà insegue un obiettivo!

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